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Spotify: tra profitti record e la protesta degli artisti

today6 Ottobre 2025 48

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Spotify è sotto pressione per i bassi compensi e i recenti investimenti in startup militari del CEO Daniel Ek. Una protesta in crescita, culminata con la campagna “No music for genocide” (che ha coinvolto oltre 400 artisti) e il ritiro globale dei Massive Attack, mette in discussione l’etica del colosso svedese. Da anni Spotify è considerata l’ancora di salvezza della discografia mondiale, avendo permesso alle case discografiche di tornare a generare profitti dopo che la pirateria digitale aveva quasi messo in ginocchio l’intero settore. Al tempo stesso, il servizio di streaming svedese deve affrontare le proteste di un numero crescente di musicisti. L’azienda è da tempo sotto accusa per i compensi troppo bassi garantiti agli artisti: Spotify paga in media tra gli 0,003 e gli 0,005 dollari per ogni riproduzione, una cifra che, di fatto, premia solo gli artisti in grado di raggiungere grandi numeri, lasciando agli altri solo le briciole.

Nell’ultimo anno, la credibilitĂ  di Spotify è stata ulteriormente intaccata da un evento che ha acceso il dibattito etico. A marzo è arrivata la notizia che una societĂ  legata a Daniel Ek, l’amministratore delegato dell’azienda, aveva investito circa seicento milioni di euro nella Helsing, una startup specializzata in software militari basati sull’intelligenza artificiale. Ek, che aveva giĂ  finanziato la Helsing nel 2021, ha deciso di aumentare il suo sostegno, diventandone anche presidente. Inizialmente, la comunitĂ  degli artisti ha incassato il colpo, ma con il tempo le reazioni sono arrivate. Per primi si sono mossi gruppi di nicchia come i Deerhoof e i King Gizzard & The Lizard Wizard, che hanno rimosso il loro catalogo dal servizio di streaming. Nelle ultime settimane, il fronte della protesta si è allargato, e a questa battaglia se ne è aggiunta un’altra, quella in sostegno del popolo palestinese. Il 18 settembre, piĂš di quattrocento musicisti ed etichette discografiche hanno lanciato una campagna di boicottaggio culturale chiamata No music for genocide, annunciando che rimuoveranno la loro musica da Spotify in Israele usando la tecnica del geoblocking, che limita l’accesso a determinati contenuti in base alla posizione geografica dell’utente.

Tra gli artisti coinvolti nella mobilitazione ci sono nomi importanti come Massive Attack, Fontaines D.C., Kneecap, Primal Scream, Arca, Rina Sawayama, Amyl and The Sniffers, Mogwai, Sleaford Mods, Enter Shikari, il rapper Mike, Mj Lenderman e Young Fathers. La campagna No music for genocide, fanno sapere gli organizzatori, è una “risposta al genocidio israeliano a Gaza; alla pulizia etnica della Cisgiordania occupata; all’apartheid in Israele; alla repressione politica degli sforzi a favore della Palestina ovunque viviamo; e ai legami dell’industria musicale con le armi e i crimini contro l’umanità”. I Massive Attack, forse il gruppo piĂš famoso e influente tra quelli coinvolti, hanno fatto anche un annuncio separato e di maggiore impatto, dichiarando che toglieranno il loro intero catalogo da Spotify anche nel resto del mondo in segno di protesta contro gli investimenti di Daniel Ek nel settore degli armamenti. “L’onere economico che è stato a lungo imposto agli artisti è ora aggravato da un onere morale ed etico, per cui il denaro duramente guadagnato dai fan e gli sforzi creativi dei musicisti finiscono per finanziare tecnologie letali e distopiche”, ha dichiarato la band di Robert Del Naja e Daddy G.

Che impatto avranno queste prese di posizione sul futuro di Spotify e sull’intero settore? Davvero il quasi monopolio dell’azienda svedese sta vacillando? È troppo presto per dirlo. Di certo, per Spotify perdere la musica di artisti come Massive Attack, che pur hanno 7,8 milioni di ascoltatori mensili, non è un colpo particolarmente duro dal punto di vista finanziario. Tuttavia, il gruppo di Robert Del Naja ha un notevole peso culturale e la sua decisione potrebbe convincere altri artisti a seguire l’esempio. Se, al momento, la situazione finanziaria per Spotify non cambia, negli ultimi mesi il fronte dei critici si è ingrossato, e diversi utenti stanno cominciando ad abbandonare il servizio. Il fatto che i vertici della societĂ  si siano affrettati a dichiarare che la Helsing e Spotify sono “due aziende completamente separate” dimostra che qualcuno ai piani alti comincia a farsi qualche domanda.

A cura della Redazione.
Fonte: Il Post, Internazionale

Scritto da: Enrico

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